LA MARCIA:

UN MIRACOLO D’EQUILIBRIO

GIORGIO GUIDETTI, DANIELE MARCHIONI, MASSIMO TRANI, MARIO DAIDONE

Servizio di Vestibologia e Rieducazione vestibolare

Clinica ORL - Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

E-mail: guidetti.g@policlinico.mo.it

 

La marcia è davvero un miracolo d’equilibrio:
consiste infatti in una successione di
appoggi bipodalici e monopodalici in cui il
baricentro corporeo viene proiettato in
avanti al di fuori del poligono di sostegno
in una sorta di “sequenza di cadute evitate”
(1, 2).
Secondo Ducroquet (3) questa successione
di slanci e di frenate può essere
scomposta in quattro tempi (Fig.1):
Un ciclo di marcia è l’attività di un solo arto
inferiore dal contatto del tallone al suolo
sino al contatto successivo e può essere
suddiviso (4) in due periodi:
1. la fase di appoggio in cui il piede riposa
al suolo e sopporta il peso del marciatore;
2. la fase di oscillazione durante il quale
l’arto si trova sospeso e si porta dall’indietro
all’avanti.
L’unità di misura della marcia è il passo
che corrisponde in pratica ad un ciclo di
marcia. Le caratteristiche del passo
variano tra i vari individui in base a numerosi
fattori.
Durante la marcia vari movimenti avvengono
in successione tra loro e interessano

Fig. 1 - Le fasi della marcia secondo Ducroquet.


 

tutti i segmenti corporei. Il coinvolgimento
in successione delle diverse articolazioni
dipende in gran parte dalla situazione anatomica
delle stesse e dei relativi muscoli
e legamenti.
Lo spostamento del centro di gravità è sia
sul piano verticale che orizzontale, con
una traiettoria di tipo sinusoidale, di piccola
ampiezza su entrambi i piani, di carattere
semielicoidale. Le componenti biomeccaniche
scheletriche fanno sì che questo
spostamento sia “economico”.
Le funzioni del piede durante la marcia
sono la stabilizzazione e la propulsione. La
parte posteriore del piede è soprattutto
adibita alla stabilizzazione e la parte anteriore
alla propulsione.
Durante la marcia si assiste ad una trasformazione
continua di energia potenziale
in energia cinetica e viceversa. In questa
trasformazione intervengono in modo evidente
i fattori d’inerzia e di gravità. Quando
il piede si appoggia al suolo la forza registrata
è superiore al peso del corpo del
40% e rimane ancora superiore quando
il piede si stacca dal suolo.
Non siamo attualmente del tutto a conoscenza
della complessa rete che regola
la marcia.
L’acquisizione di questa funzione è comunque
progressiva e solo verso i 6-7 anni
la marcia diviene armonica e ben allineata.
Questa relativa lentezza nell’acquisizione
è dovuta al fatto che necessita
di un sistema complesso di comandi e
controlli:
1. misura dello spazio e valutazione degli
ostacoli, comprese le caratteristiche
del suolo;
2. mantenimento dell’equilibrio e dell’appoggio
monolaterale;
3. comando delle differenti sequenze
motrici tra loro strettamente concatenate;
4. analisi propriocettiva, vestibolare e visiva
dell’efficacia del comando motorio per
garantire aggiustamenti e regolazioni.
La marcia diventa possibile dunque solo
dopo l’acquisizione di alcuni automatismi,
garantiti da meccanismi di feed back e
feed forward.
Nel corso dei ripetuti tentativi vengono
selezionati i circuiti nervosi e le sinergie
più efficaci, vengono soppresse progressivamente
le contrazioni inutili o esagerate
e vengono definiti i compiti degli organi di
percezione.
L’apprendimento comporta anche una diminuzione
progressiva del ruolo della
coscienza, con trasferimento delle funzioni
a livello dei centri di comportamento automatico
che elaborano il comando sotto
forma di un ciclo ripetitivo. La coscienza
non deve fissare che degli obiettivi e un
numero limitato di elementi di controllo
(ad esempio: direzione e velocità). Il controllo
corticale interviene soprattutto
quando si richiede un particolare livello di
attenzione: ad esempio) su terreni irregolari
o in ambienti sconosciuti.
Il programma motorio viene regolato in
funzione dell’innervazione reciproca degli
agonisti e degli antagonisti, della lotta automatica
contro la forza di gravità, dell’utilizzo
della forza di inerzia e della fissazione
dei segmenti prossimali per permettere
l’azione di quelli distali.
Il perfetto aggiustamento è garantito dalle
diverse informazioni coscienti.
Una marcia normale richiede dunque l’integrità
dell’apparato muscolo-scheletrico
e dell’intero sistema nervoso.
Per ottimizzare la marcia, l’uomo utilizza
anche i processi cognitivi che coinvolgono
i meccanismi della memoria. È infatti possibile
memorizzare in ogni istante un gran
numero di informazioni. In parte esse
entreranno nel bagaglio di esperienza (long
term memory o LTM), necessaria per
creare archetipi di comportamento automatico,
e in parte saranno mantenute in
memoria solo per brevissimo intervallo di
tempo operativo (working memory o WM).
La WM rappresenta un primo livello di
memorizzazione delle informazioni cognitive
sensoriali, destinate a decadere dopo

 

pochi secondi, facilmente richiamabili all’attenzione 
e utilizzate per la formazione di 
un programma motorio a breve termine. 
Queste attività di memorizzazione sono 
indispensabili per l’orientamento spaziale 
e temporale, cioè per i processi cognitivi 
che permettono: 
• di posizionarsi in uno spazio tridimensionale 
in base ad una direzione specifica 
o ad un sistema che prenda come 
riferimento noi stessi (egocentrico) o gli 
oggetti vicini (esocentrico o allocentrico); 
• di valutare la durata di un lasso di tempo 
e di situare in esso eventi relativamente 
brevi, senza l’ausilio di strumenti particolari, 
quali ad esempio teorici recettori 
temporali, che non esistono in natura. 
Probabilmente il rapporto temporale fra 
vari eventi è organizzato dalla stessa 
memoria, che determina le relazioni tra 
le esperienze vissute. 
L’orientamento spazio-temporale richiede 
(5-12) un continuo updating on-line sensoriale 
proprio- ed esterocettivo ed un 
network neuronale in grado di immagazzinare 
questi inputs, di confrontarli con 
esperienze passate e di sviluppare strategie 
adattative di orientamento spaziale 
con i relativi programmi motori. 
In particolare la WM mantiene on-line gli 
stimoli immagazzinati per “guidare” in tempi 
brevi (memoria “cache”) il movimento 
anche in loro assenza. 
È questo il caso ad esempio dei piloti che 
debbono mantenere il volo livellato anche 
alla scomparsa dei riferimenti visivi. 
Tecniche di neuroimaging, la functional 
RMN (fRMN) e la PET, associate a tests 
neuropsicologici, hanno dimostrato che i 
processi cognitivi spazio-temporali nel loro 
insieme possono attivare numerose aree 
corticali, la corteccia parietale, frontale, 
occipitale e temporale, ed alcune regioni 
subcorticali. 
La WM visuo-spaziale pare attivare soprattutto 
la corteccia prefrontale dorso-laterale 
(DLPFC) (13). 
Lo studio della marcia
La marcia viene studiata con diverse tecniche,
sia cliniche che strumentali.
L’alto numero dei fattori coinvolti (struttura
osteo-artro-muscolare, abitudini ed
esperienze di vita, sensori periferici, SNC
sotto- e sovratentoriale, situazione psicologica)
e la loro interferenza reciproca,
rendono comunque complesso lo studio
della marcia.
La componente osteo-artro-muscolare rappresenta
sia l’elemento effettore che una
fonte di inputs propriocettivi.
Le eventuali patologie delle ossa, dei
muscoli e delle articolazioni modificano
l’assetto posturale, interferendo in modo
costante sui risultati dei vari tests sino
a rendere talora pressoché impossibile
una loro interpretazione in chiave neurologica.
Questo fenomeno è evidente soprattutto
nei tests strumentali più raffinati, che
sono stati infatti utilizzati spesso al solo
scopo di valutare i problemi ortopedici
del paziente.
L’interferenza dei fattori visivi viene valutata
confrontando i dati ad occhi aperti e
ad occhi chiusi.
Tutti i tests vengono infatti abitualmente
effettuati anche ad occhi chiusi o al buio,
per eliminare l’eventuale correzione apportata
dagli inputs visivi e per evidenziare
dunque meglio l’interferenza dell’apparato
vestibolare.
In questo modo non si riesce però ad
escludere l’interferenza degli inputs propriocettivi.
La chiusura degli occhi può inoltre slatentizzare
eventuali stati ansiosi o fobici.
L’effettuazione di un “retest” riduce le componenti
ansiose, soprattutto quelle reattive,
nei casi meno gravi.
Le componenti corticali interagiscono
soprattutto quando il comando impartito
prevede l’esecuzione di un compito complesso
(ad esempio: marciare su un percorso
prestabilito).

 

 

Il test di Unterberger o 
della marcia sul posto 

Il paziente viene invitato a marciare sul 
posto, con le braccia tese in avanti, per 
almeno 40 passi, staccando bene i piedi 
da terra (Fig. 2). 
Viene considerato indice di patologia vestibolare 
uno spin di almeno 45° in senso 
orario od antiorario (in genere omolaterale 
comunque al lato deficitario), specialmente 
se preceduto da una certa 
latenza (anche 15-20 sec). 
Nei pazienti con patologia centrale, a 
seconda della sede interessata, si possono 
osservare movimenti atassici, oscillazioni 
più irregolari o pluridirezionali, slivellamenti 
delle braccia, andatura steppante, 
latero- o retropulsioni, in genere 
con breve latenza. Spesso tali fenomeni 
sono evidenti anche ad occhi aperti. 
Lo stesso test può essere effettuato con 
l’ausilio di una registrazione fotografica o 

video e prende il nome di Cranio-Corpo- 
Grafia. 

Una variante di questo test è rappresentata 
dal test di Fukuda in cui il paziente 
viene invitato, in tempi successivi, a marciare 
anche col capo ruotato a destra o 
a sinistra. 
Nel soggetto normale la rotazione del capo 
induce un movimento di spin controlaterale 
alla rotazione, di pari entità nei due 
sensi. 
In ambiente chinesiologico è stato suggerito 
di effettuare il test della marcia sul 
posto anche con un rullo di cotone interdentario 
nelle due emiarcate o in una sola 
di esse: test di Nahmani. 
Se nel test di base è presente uno spin significativo 
e tale spin scompare con lo svincolo 
occlusale, si può ipotizzare una interferenza 
destabilizzante di fattori stomatognatici 
sul controllo posturale dinamico. 

Marcia a stella 

Il paziente viene invitato a marciare ripetutamente 
in avanti e all’indietro per 
almeno 5-6 metri. 
Se è presente una patologia vestibolare, 
la tendenza a deviare dal lato deficitario 
può far effettuare al paziente una sorta di 
tracciato a stella. 
Nel caso dei pazienti centrali saranno 
invece più probabili le alterazioni della marcia 
già descritte per il test di Unterberger. 

La marcia del funambolo 

Il paziente viene invitato a marciare come 
su di un filo, mettendo progressivamente 
il calcagno di un piede davanti alla punta 
dell’altro. 
Si tratta di una marcia del tutto innaturale, 
molto difficile da effettuare da parte 
di soggetti non giovani o con problemi 
osteo-artro-muscolari. 
Le eventuali risposte “anormali” sono pertanto 
in genere di difficile interpretazione. 

Fig. 2 - Il test della marcia secondo Unterberger.


 

Una tendenza alla caduta ripetuta verso 
lo stesso lato può essere considerata un 
indice di probabile deficit vestibolare omolaterale. 

La marcia su percorsi memorizzati 

Si tratta di una tecnica sinora non standardizzata, 
da noi utilizzata da vari anni a 
scopo riabilitativo (14, 15) ma che ha 
dimostrato di fornire informazioni molto 
interessanti qualora effettuata con il nostro 
attuale protocollo. 
Il paziente viene invitato a percorrere a 
piedi nudi tre figure geometriche, disegnate 
su di un tappeto di plastica grigio 
(Fig. 3): 
a. un quadrato di colore rosso con lato di 
222 cm; 
b. un cerchio di colore giallo con diametro 
di 212 cm; 
c. un triangolo di colore azzurro con lato 
di 109 cm. 
Non è possibile per i soggetti esaminati 
distinguere con la sensibilità tattile la linea 
che costituisce la figura geometrica dalla 
superficie del tappeto. L’esercizio viene 
ripetuto per ciascuna figura nei due sensi

di marcia (orario e antiorario), nelle 
seguenti condizioni: 
– ad occhi chiusi 
– ad occhi aperti 
– ad occhi chiusi. 
Vengono rilevati i tempi di percorrenza per 
ogni figura e per ogni senso di marcia, con 
correzione verbale degli eventuali errori e 
senza arrestare il paziente. Alla fine dei 
percorsi viene richiesta anche una valutazione 
soggettiva della difficoltà nell’esecuzione 
dei singoli percorsi. 
Il primo percorso ad occhi chiusi ha un 
effetto “priming” sull’esecuzione dei successivi 
e si basa sui dati immagazzinati nella 
WM. I successivi percorsi ad occhi aperti 
e chiusi forniscono ulteriori informazioni e 
aggiornano l’esperienza precedente. 
I percorsi memorizzati potrebbero quindi 
essere considerati un tipo di navigazione 
basata sulla conoscenza dello spazio circostante 
che viene aggiornato dai dati sensoriali 
istante per istante. 

La baropodometria 

Il baropodometro è un sistema computerizzato 
per il rilevamento delle pressioni e

Fig. 3 - Il test della marcia su percorsi memorizzati.


 

dell’impronta podalica sia in fase statica 
che durante una deambulazione. 
Esso consta di una pedana della lunghezza 
di 200 cm, al centro della quale vi è un sensore 
(cosiddetta “pelle artificiale”), della lunghezza 
di 120 cm, che consta di una 
matrice di 1024 elettrodi resistivi in platino, 
ricoperta da uno strato di gomma conduttrice 
a spessore noto, la cui resistenza 
varia a seconda del carico applicato. 
L’alimentazione degli elettrodi è a tensione 
costante (10 V), la corrente passante 
attraverso ognuno di essi è modulata in 
funzione della pressione esercitata. La 
risposta del sensore (corrente/pressione) 
è di tipo sigmoide. 
Per valutare la marcia si invita il paziente 
ad eseguire una deambulazione rilassata 
all’interno della pedana (16). 
I sensori della piattaforma registrano una 
serie di passi con i relativi carichi pressori 
di ogni arto. 
Durante la deambulazione nella fase di 
appoggio monopodalico il baricentro 
assume posizioni sequenziali dal dietro 
verso l’avanti; la sommatoria di tali posizioni 
descrive la curva di srotolamento del 
passo che racchiude in sé tutti gli eventi 
relativi alle risultanze sul piano orizzontale 
delle forze e dei momenti di gioco. La traslazione 
latero-mediale di questa curva sull’impronta 
podalica costituisce l’oggetto 
fondamentale dello studio della dinamica 
del passo. Viene misurata a livello dell’articolazione 
tibio-tarsica (retropiede) ed a 
livello delle teste metatarsali (avampiede). 
È quindi possibile calcolare lo svolgimento 
dinamico del piede ed il baricentro delle 
pressioni per tutte le fasi della dinamica, 
fino ad ottenere una linea globale collegante 
tutti i baricentri. 
L’apposito software di trattamento dei dati 
fornisce vari parametri quantitativi e qualitativi, 
relativi ad ogni arto, quali: 
– superficie dell’ impronta podalica; 
– percentuale di carico; 
– curva di distribuzione globale della superficie; 
dell’impronta podalica, in funzione 
del tempo;

Fig.4 - La rappresentazione dei picchi di forza 
su ciascuna impronta podalica durante il test 
baropodometrico (sistema Diagnostic Support).

– curva di distribuzione del punto di massima 
pressione, o curva di srotolamento 
podalica, in funzione del tempo; 
– curva di distribuzione del punto di pressione 
media dell’impronta podalica, in 
funzione del tempo. 
La nostra routine prevede: 
• una prova ad occhi aperti, senza rilevamento 
dei dati, per familiarizzare col 
compito; 
• due prove ad occhi aperti con rilevazioni 
baropodometriche, di cui l’ultima viene 
considerata la definitiva; 
• due prove ad occhi chiusi, con le stesse 
modalità precedentemente descritte. 
Lo studio foto-cinematografico 
Il paziente viene fatto marciare in modo 
libero o con compiti precisi in una stanza 
debitamente attrezzata con una serie di 
videocamere che registrano la dinamica 
delle articolazioni su cui in genere viene 
posto un marker rifrangente. 
Un apposito software ricostruisce le traiettorie,
consentendone uno studio particolarmente 
raffinato. 

 

La marcia nel paziente 
con patologia vestibolare 

Nei pazienti con patologia del SNC la funzione 
della marcia è spesso compromessa, 
in modo diverso a seconda della 
sede della patologia ed è spesso accompagnata 
dal rischio di cadute. 
Tale rischio è presente anche nei momenti 
immediatamente successivi ad un deficit 
vestibolare acuto, quando la marcia è pressoché 
impossibile. 
L’instaurarsi progressivo del compenso 
garantisce però in genere una progressiva 
normalizzazione della funzione. 
Nondimeno l’eventuale persistenza del deficit 
e della relativa asimmetria degli inputs 
labirintici modifica in modo permanente i 
programmi che sovraintendono alla marcia. 
Un nostro recente studio su un campione 
di 140 soggetti (81 affetti da patologia vestibolare

periferica in attuale compenso e 59 
normali) (Fig.5) mostra infatti che un deficit 
vestibolare periferico cronico, ancorché 
clinicamente silente e compensato: 
• lascia una sorta di “cicatrice” nella funzione 
della marcia; 
• determina una nuova strategia del controllo 
posturale durante il passo; 
• non interferisce significativamente con 
La baropodometria rivela infatti che il 
paziente con un deficit vestibolare periferico 
tende a dislocare definitivamente il 
baricentro durante la marcia in modo significativo 
da un lato, in genere quello deficitario 
(Fig. 6). Nella grande maggioranza 
dei casi ciò non implica però una deviazione 
della marcia, nemmeno ad occhi 
chiusi, se non nelle fasi iniziali del compenso 
(test di Unterberger nella norma in 
un’ alta percentuale di casi). 
Si tratta quindi di una vera e propria modificazione 
dei programmi di controllo posturale 
dinamico, con un buon adattamento

Fig.5 - Percentuale di alterazione dei diversi tests di studio della marcia (Unterberger, baropodometria, 
percorsi memorizzati) nei soggetti normali o con patologia vestibolare cronica.


 

Fig. 6 - Evidente asimmetria dei picchi di
forza nelle impronte podaliche durante il test
baropodometrico (sistema Diagnostic Support)
in un paziente con deficit vestibolare cronico.

Bibliografia

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plantare fisiologico, valutazione baropodometrica.
Chirurgia del Piede 2000; 24:1.

funzionale alla nuova costante del sistema
rappresentata dall’asimmetria stabilizzata
degli input vestibolari.
Questa “riprogrammazione” adattativa
risulta molto efficace anche nel caso di
compiti più complessi e che richiedono l’attivazione
della working memory, come nella
marcia su percorsi memorizzati,

Suggerimenti

Nello studio della marcia riteniamo necessario:
• effettuare preventivamente un esame
obiettivo posturologico;
• ridurre il più possibile le interferenze sensoriali
durante i tests;
• effettuare sia test che “retest”;
• evitare di fornire riferimenti ambientali,
reali (segnali luminosi, sonori, tattili,
ecc.) o anche solo virtuali (pareti o arredi
vicini di cui il paziente può memorizzare
la posizione);
• valutare i tests della marcia nel contesto
degli altri momenti dello studio clinico
otoneurologico, psico-affettivo e
posturale.
Tralasciare uno di questi aspetti della valutazione
può comportare un errore diagnostico.